sabato 13 agosto 2016
Sperlinga ed il suo castello
Sperlinga, detto Sperrenga in dialetto gallo-italico e Spillinga in dialetto siculo, è un comune di 896 abitanti appartenente alla provincia di Enna, situato tra i monti Nebrodi e le Madonie a 47 chilometri da Enna e considerato uno dei borghi più belli d'Italia. Il nome deriva dal greco significa spelonca, ovvero grotta e fu definito una regale dimora rupestre scavata in una notevole mole di roccia arenaria. Il territorio comunale è caratterizzato così da numerose grotte. Il primo documento che attesta l'esistenza del paese risale al 1082 ed è un privilegio del Conte Ruggero. In seguito avvenne una forte colonizzazione da parte di popolazioni lombarde provenienti dal Nord Italia, e conseguenzialmente a ciò, si parla tuttora a Sperlinga un dialetto gallo-italico, diffuso anche in altre zone dell'isola, a causa di immigrazioni dalle province di Novara, Asti e Alessandria. Gerard Rohlfs fece a tal proposito un'interessante ricerca tra il 13 e il 14 aprile del 1924. In un documento del 1239 Sperlinga viene per la prima volta attestato come castrum, borgo dotato di strutture castellane. La sua storia si identifica con quella delle famiglie che hanno posseduto il castello, vero e proprio monumento con il quale si identifica il paese. Esso nacque tra XI e XII sec. durante la dominazione normanna sulle rovine di poco nota fortificazione araba e fu costruito su un basamento rupestre dalle popolazioni indigene sicule che utilizzavano le grotte scavate come sepolcri. Queste ultime divennero abitazioni nel periodo dei bizantini e dei saraceni. Nel periodo angioino il proprietario era Petro de Lemanno mentre, dal 1324 al 1597, fu posseduto dalla famiglia Ventimiglia. Successivamente passò in mano a Giovanni Forti Natoli ed il re Filippo IV, nel 1626, diede ad egli il titolo di principe di Sperlinga ed il privilegio di potervi fabbricare terre. Il castello divenne così al suo interno un grande centro commerciale ed il suo territorio fu attraversato da trazzere regie che permisero collegamenti con i più centri dell'isola. Giovanni Natoli fece anche edificare la Chiesa di S.Giovanni Battista fuori dalle mura di cinta del castello e diede così inizio allo sviluppo di tutto il borgo. Il figlio Francesco, nel 1658, cedette il castello e l'attigua proprietà feudale agli Oneto, duchi di Sperlinga, e nel mentre manteneva il titolo di principe di Sperlinga. La famiglia mantenne la proprietà, dal 1680, in condivisione con gli Spatafora fino al 1698. Nel 1862 il proprietario divenne il barone Nunzio Nicosia, i cui discendenti mantennero la proprietà fino al 1973, anno in cui fu ceduto definitivamente al comune. Oggi all'interno del castello sono presenti scavi per funzioni astronomiche, come la gestione della penetrazione del sole nel solstizio d'inverno e d'estate ed un silos di 12 nicchie con funzione d'orologio solare.
Grande interesse storico riveste una scritta posta sull'arco a sesto acuto dell'androne del castello che enuncia Quod siculis placuit sola Sperlinga negavit. La frase fu fatta incidere da Giovanni Natoli nel giorno in cui entrò in possesso del castello ed è legata ad una delle vicende dei Vespri Siciliani. Nel 1282 una guarnigione francese di angioini si chiuse all'interno del castello e resistette per oltre un anno. A confermare ciò è un documento di Carlo d'Angiò del 27 settembre 1283 ritrovato dallo storico Michele Amari che sottolinea come i soldati angioini capitanati dal già citato Petro de Lemanno arrivarono sani e salvi in Calabria e furono premiati con la concessione di alcuni poderi. Dell'evento si trova un cenno anche nella Gerusalmemme conquistata, riscrittura riveduta e corretta della Gerusalemme liberata sempre opera di Torquato Tasso, a cui egli lavorò tra il 1582 ed il 1593, che enuncia O di Sperlinga, al fin pietoso a Franchi. La frase incisa da Natoli viene comunemente utilizzata nel linguaggio moderno per indicare un comportamento isolato che si discosta da quello condiviso da tutti gli altri.
Altri luoghi d'interesse sono il Borgo rupestre, la via Valle ed il Bosco. Il Borgo rupestre, detto e Rutta in gallo-italico, è formato da una serie di grotte, collegate tra loro dalle contrade Rossa, Cicera, Perciata, Grotta Vecchia e del Balzo, disposte in file sovrapposte e collegate da corridoi all'aperto. Furono regolarmente abitati fino al 1960 per poi essere gradualmente abbandonati, soprattutto in virtù del fatto che il comune acquisto 6 di queste nel 1982. Adesso esse fanno parte del percorso turistico e all'interno vi si trovano un forno per la panificazione, un focolare e altri oggetti di uso agricolo. Vi si accede in due modi: da piazza Castello per la via Cortile e seguendo la scalinata scavata nella roccia e dalla via Arena in salita ripida. La via Valle, detta a Vao in gallo-italico, è un suggestivo quartiere con delle linee rosse concentrazione di ossido di ferro nella roccia arenaria. Il Bosco, detto O Bosco in gallo-italico, è un'aperta boscaglia alle pendici del monte Zimmara composta da roverelle, un fitto sottobosco popolato da ginestre spinose e da perastri, dai cifi, piccoli abbeveratoi scavati nella roccia arenaria e messi in cascata, e da una casa forestale, attualmente in fase di restauro. Esso è meta di conigli, lepri, volpi, e gatti selvatici e diverse specie di uccelli ed è un'altura che si trova tra gli 800 e i 1000 metri . Da notare infine la Contrada Capostrà, celebre per essere stata il sito di una foto divenuta simbolo mondiale dello sbarco alleato in Sicilia e scattata nel 1943 da Robert Capa.
Sperlinga è nota per la produzione delle frazzate, tappeti tessuti a mano su vecchi telai in legno. L'agricoltura è anch'essa molto florida e si fa notare per la produzione di olive, agrumi, grano e per la presenza di foraggi con produzione floricola. L'allevamento biologico locale di bovini e ovini con prodotti derivati trova la sua maggiore espressione nella Fiera del Bestiame che si tiene nei mesi di giugno, luglio e agosto. Tra i prodotti agroalimentari spiccano la fresca tela, polenta di farina di grano duro con lardo e broccoletti, la cassata ed il Tortone, dolce preparato con la pasta del pane fritta in olio e cosparsa di cannella. Ad esso è dedicata la sagra, che si svolge ogni anno il 16 agosto, nata nel 1982, in occasione del centenario settimo dei Vespri Siciliani, all'interno del Borgo rupestre e che consiste nella distribuzione e degustazione di cibi locali tipici appartenenti alla tradizione culinaria del luogo. Al centro di essa naturalmente il Tortone gustoso. Nei giorni precedenti ad essa i vari rioni del paese si sfidano in vari giochi, ognuno di essi rappresentato da una Dama. La dama del rione che ottiene il maggior punteggio viene eletta Castellana del paese di Sperlinga. Nel giorno della festa la Castellana, insieme alle altre dei paesi Gallo-Italici partecipa al corteo storico, composto da molti personaggi, in costume d'epoca, che sfilano lungo le vie del paese. Una giuria elegge la Dama dei paesi Gallo-Italici e durante la serata nella piazza Castello avvengono rappresentazioni di eventi storici, spettacoli pirotecnici, canti e balli.
giovedì 11 agosto 2016
La parola modo nel dialetto siciliano
La parola modo, abbreviata per sincope in mo, è un'espressione che nei tempi moderni nel dialetto siciliano è molto rara e viene perlopiù accomunata ai dialetti della zona centromeridionale d'Italia. Tuttavia in un passato abbastanza remoto la parola era in grande uso nel dialetto siciliano ed in particolare nelle province di Messina e Siracusa. Il valore il significato di essa corrispondevano a quello che aveva nel dialetto calabrese e la sua diffusione all'interno dell'isola è avvenuta in relazione alla conquista del territorio da parte dei Romani. Nel latino la particella era tra quelle che si univano al cosiddetto imperativus iussivus per rafforzarlo ed in espressioni come sequere hic modo e sedete hic modo essa aveva significato di dunque, orsù con valore temporale. La locuzione vide modo esprimeva ammonimento o minaccia mentre, una volta unita a parole come liceat o veniat, con il congiuntivo in tutte le persone, esprimeva desiderio ed esortazione. Tuttora, anche se in maniera comunque minore rispetto al passato, la forma di cortesia e rispetto porta quasi sempre il nome di persona vossignoria, si esprime con la terza persona singolare e plurale e può esprimere anche consiglio o preghiera. Nella zona del palermitano si utilizza la terza persona dell'imperfetto congiuntivo, mentre nelle zone del nisseno, dell'agrigentino, a Noto e a Modica sentiamo dire vossìa o vossa o ssa parra con la terza persona singolare presente all'indicativo. Nella costa orientale sicula la particella è successivamente diventata mi e nella zona tra Messina e Mistretta, piccolo centro facente parte della città metropolitana peloritana, si univa alla terza persona singolare dell'indicativo, mentre, una volta superato il fiume Simeto, precisamente a Leonforte, Assoro, Nissoria, Caltagirone. Lentini, Augusta e Siracusa si usa oggi vossa. Ad Ucria, sempre nella zona del messinese, è molto comune l'espressione mi mancia che è imperativo ed è quasi uguale alla voce palermitana mentre a Randazzo si usano tre espressioni, mi si sietta nei rapporti di confidenza, s'accomodassi nel registro linguistico più elevato e vossìa mi si sietta nei rapporti con persone di rispetto. Nella provincia di Catania l'uso di mi è stato quasi sempre assente, tranne che nei comuni di Giarre, Risposto e Acireale. Una poesia scritta da Gregorio Infantino di Mascalucia, comune appartenente all'area metropolitana di Catania, scritta in occasione del colera del 1743 a Messina recita: A Taormina marina e campagna cu surdatu e cannuni mi arripara issi a Milazzo. L'uso del mi o del mu nelle proposizioni indipendenti è mi trasi (entri), mentre nella proposizione dipendente è ci dissi mi trasi. Si nota così che il tempo utilizzato nelle è quasi sempre il presente, specialmente quando viene utilizzato il mi al posto dell'infinito per introdurre uno scopo e dopo i verbi dichiarativi e interrogativi, mentre mo con il significato di ora è tipico del dialetto napoletano e di quella calabrese settentrionale, oltre che del romanesco, e si pone sempre davanti al verbo. Nel siciliano e nel calabrese meridionale la in uscita diventa sempre u, tranne che in parole come mio, io, mo e no. Mo è un avverbio derivato da modo e mu è un congiuntivo e nella zona del messinese il passaggio della particella da mu a mi è dovuto alla presenza della particella ki equivalente a ca negli altri vernacoli siciliani.
Il Lago di Ogliastro-Don Sturzo
Il lago di Ogliastro è un bacino artificiale sito in Sicilia, precisamente al confine tra la provincia di Enna e quella di Catania, nel territorio compreso tra i comuni di Aidone e Ramacca. Tra i due comuni quello di Aidone è quello nel quale ricade la maggior parte della superficie di questa formazione idrologica. Esso fu aperto a scopo irriguo e come riserva idrica, data l'elevata presenza nel territorio circostante di agrumeti e campi di grano, attraverso la costruzione di una diga in terra battuta sul fiume Gornalunga il quale, insieme ai fiumi Belmontino e Rio Secco, né costituisce la fonte di alimentazione. Essa è lunga 830 metri, raggiunge la sua massima altezza a 53,6 metri ed oggi è sede di un'oasi naturale protetta. Il nucleo impermeabile di essa è stato realizzato in materiale limo-sabbioso di origine alluvionale che è ancorato ad uno strato argilloso di base. Il lago venne realizzato grazie ai finanziamenti erogati dalla Cassa del Mezzogiorno e con il contributo del Consorzio di Bonifica di Caltagirone nel periodo tra il 1963 e il 1972. La diga fu intitolata a Don Luigi Sturzo, grande statista siciliano.
Su una stele posta sul bordo del lago è applicato un grande pannello in maiolica policroma, di dimensioni 210X530 centimetri, con applicazioni a rilievo e realizzato dallo scultore e ceramista Andrea Parini intitolato "Mosè salvato dalle acque". Esso fu realizzato nel 1974, due anni dopo l'apertura del lago, ed è composto da tre parti rappresentanti, da sinistra a destra, la terra incolta dell'era primitiva: al centro Mosè da bimbo entro un cesta galleggiante sull'acqua e a destra, ben ordinati e appoggiati su riquadri geometrici, i frutti della terra coltivata ed irrigata.
La capacità massima è di 110000000 metri cubi e nel periodo di massimo invaso l'estensione massima è di circa 7 chilometri quadri. Inoltre esso è 203 metri sul livello del mare. Il paesaggio è quello tipico del circondario calatino, con rilievi collinari coltivati a cereali. Nella parte a monte dell'invaso la vegetazione è prevalentemente occupata da salici e tamerici, inframmezzati da agrumeti, mentre una collina su cui si appoggia la diga è coperta da un bosco di eucaliptus. Con il passare del tempo il lago ha attivato un processo di successione ecologica di grande interesse naturalistico in quanto, negli ultimi anni, è diventato meta di oltre 2000 volatili appartenenti a 60 diverse specie, sia stanziali che migratorie. Tra le specie di pesce spicca, molto profondo e tra le piante sommerse, il Black Bass, oltre naturalmente ai pesci di ambiente lacustre come carpe, lucci, alborelle, carassi ed anguille.
L'Unione Europea ha dichiarato il lago SIC, Sito di interesse Comunitario. Negli anni passati fu fatto un tentativo per la creazione di un luogo, all'interno del lago, all'acquacoltura, alla pesca sportiva, con impianti di ristorazione, noleggio di imbarcazioni e case galleggianti, ma ciò non è mai avvenuto in quanto l'ultimo finanziamento dell'Unione Europea è andato perduto a causa di dissidi con i gestori dell'impianto idrico dei comuni limitrofi.
martedì 9 agosto 2016
La Vara nel giorno della festa in onore della Madonna Assunta a Messina
La Vara è un grosso carro votivo dedicato alla Madonna Assunta e che viene portato in processione il 15 agosto di ogni a Messina. Il termine vara è la traslitterazione del termine bara dove giaceva il corpo della Dormitio Virginis (Madonna Dormiente). Essa è alta poco meno di 15 cm, è pesante circa 8 tonnellate e viene portata in processione da centinaia di fedeli tramite le gomene, corde lunghe poco più di 100 m tirate da due gruppi di persone che fanno capo a dei rispettivi capi-corda i quali, fino a qualche anno fa, indossavano delle magliette di colore blu e marrone, mentre adesso sono interamente di colore blu in onore della Madonna. L'origine di questa festa va ricercata in epoca preistorica alla quale risale un culto d'adorazione della Dea madre, origine della vita. Successivamente, in epoca poco precedente alla nascita di Cristo, nella città greca Zancle, antico nome di Messina, era presente un altro culto rivolto alla regine delle messi Demetra. Così in città nacque la devozione a Maria Madre di Dio e la tradizione dell'invio della Sacra Lettera di protezione costituisce di fatto il riferimento primigenio della fede dei messinesi alla Vergine. Ma la nascita vera e propria della festa con il culto della Vara avvenne nel 1535, anno in cui, con la riunione indetta dal Senato il 19 settembre, si stabilì di darsi compimento alla machina della Vara. Il 21 ottobre, in occasione dell'arrivo di Carlo V in città dopo le sue vittorie a Tunisi e a La Goletta contro Ariademo Barbarossa, essa fu messa definitivamente in funzione come carro trionfale ed in seguito trasformata in Machina devozionale raffigurante l'Assunzione della Vergine in Cielo. Francesco Maurolico, erudito scienziato e umanista messinese nel suo Sicanicarum Rerum Compendium del 1562 e Nicolò Iacopo D'Alibrando nella sua opera Il triompho il qual fece Messina nella Intrata del Imperator Carlo V del 1535 sono autori delle più antiche testimonianze al riguardo.
La composizione della Vara parte dalla piattaforma del cippo, sulla quale è rappresentata la Dormitio Virginis contornata da dodici apostoli, secondo la disposizione canonica della pittura bizantina, la Koimesis tou theothokou. Poco più sopra sono raffigurati i Sette Cieli, corrispondenti al Paradiso, che l'Anima della Madonna attraversa durante la sua ascensione, fedelmente alla concezione tolemaica dell'Universo (la Terra al centro e il Sole, la Luna e i pianeti ruotanti attorno ad essa), gli angioletti girano sorretti nei rispettivi raggi. Ancora più su si trova il globo terracqueo con le stelle fisse che sostiene altri angioletti i quali simboleggiano le Virtù Cardinali. Infine, nel punto più alto, la figura di Cristo che con la mano destra porge l'Alma Maria (l'Anima della Vergine) all'Empireo, dove avviene la diretta visione di Dio. In questa struttura sono evidenti anche l'influenza della Divina Commedia di Dante e l'intervento di Francesco Maurolico. Il progettista di essa dovrebbe essere stato Polidoro Caldara da Caravaggio il quale curò anche la costruzione degli archi trionfali eretti in occasione dell'arrivo di Carlo V a Messina. Fino al 1565 essa era munita di ruote che, a partire da quell'anno, furono sostituite da due pattini in legno, successivamente diventati d'acciaio per consentirne il trascinamento sul selciato bagnato. Nell'ambito del suo trascinamento durante il tragitto le figure assumono nomi tipici della cultura marinara, capicorda, vogatori, timonieri, macchinisti e comandante che liberano una forte energia al grido di Viva Maria, un tempo Viva la Madonna Santissima. A tal proposito L'Illustrazione popolare, nel 1888, annotava Quell'urlo selvaggio, clamorosissimo di tante migliaia di bocche fa venire la pelle d'oca, fa levare il cappello alle anime pie, fa scorgare una lacrima. Sempre di derivazione marinara è il verbo barare il quale è comunemente riferito allo spostarsi della nave quando scivola in acqua. Allo stesso modo la Vara scivola sull'asfalto bagnato. Nel corso degli anni a partire dalla sua nascita la cerimonia ha visto le visite di personaggi importanti e ha subito anche delle modifiche all'interno della sua organizzazione. Nel 1547 fu apprezza dalla viceregina baronessa di Mirto e nel 1571 da Don Giovanni d'Austria, al suo ritorno dall'impresa di Lepanto del 7 ottobre di quell'anno. All'epoca essa si montava e si allestiva in una piazzetta antistante la chiesa di S. Luca nei pressi della piazza S.Maria La Porta, attuale largo Sequenza. Nel 1591 Giuseppe Carnevale dottore in legge la definì Maravigliosa festività per l'altezza e grandezza sua e anco per l'ammirabile arteficio e magistero si tiene che sia, la più bella, e pomposa cosa del mondo. Nel '60 essa era alta 54 palmi (11,80 m) e animata da circa 150 personaggi. Placido Samperi nel 1644 né diede una descrizione sottolineando il dialogo tra Cristo e l'Anima della Madre in dialetto, successivamente scomparso: Si fa fermare di tanto in tanto, al suon di Pifferi e di Trombe, innanzi a Palazzi de Signori per dove passa, e né luoghi, dove le strade principali s'attraversano, e nel fermarsi colui, che su la cima rappresenta il Christo, con voce alta la cotal guisa all'Anima della Madre ragiona...
Il 14 agosto del 1681 in via Uccellatore (attuale Corso Cavour) in prossimità della chiesa dell'Annunziata (odierna chiesa di S. Antonio Abate) si verificò un incidente a causa della rottura della parte terminale della Vara. Sei personaggi, tra cui bambini che impersonavano gli angioletti, caddero senza però rischiare la vita. Nel 1695 la Vara fu ammirata dal Viceré Duca d'Osseda e nel 1698 dal Viceré Pietro Emanuele Colon Duca di Veraguos. Nel 1701 toccò al Viceré Don Giovanni Emanuele Fernandez Pacheco, marchese di Villena e Duca di Ascalona, assistere affacciato dalla finestra del convento della chiesa della SS. Annunziata dei Padri Teatini. Dal 1720 si è cambiato il giorno di festeggiamento, che dal 14 è divenuto il 15 agosto. Tra la fine del '700 e l'inizio dell'800 molti altri viaggiatori stranieri visitarono la processione, mentre a partire dal 1866 furono definitivamente tolte le figure umane nella rappresentazione dei personaggi e si adottarono le statue di legno e cartapesta al loro posto nella rappresentazione. Subito dopo il terremoto del 1908 la festa fu sospesa, soprattutto negli anni della Prima Guerra Mondiale, e ripresa nel 1929. Oltre all'usanza dei bambini che impersonavano gli angioletti, vennero meno anche le usanze di Cristo e della Vergine impersonati rispettivamente da un uomo e da un giovane ragazza scelta per sorteggio, sostituite anch'esse, come affermò il pittore Jean Laurent Houel nella sua opera Viaggio pittoresco nell'isola di Sicilia del 1784, da due statue di legno, del dialogo in dialetto tra i due e della questua della Vergine vestita del costume indossato sulla Vara e con l'aureola in testa nei giorni successivi alla processione.
I preparativi della festa hanno inizio l'1 agosto in piazza Castronovo. Qui viene trasportato il cippo e fino al 13 agosto, giorno dopo giorno, si montano i vari pezzi. Il culmine della preparazione avviene nella notte tra il 14 ed il 15 agosto e si conclude nel primo pomeriggio con la collocazione, la legatura e la stesura della gomena in canapa in due tratti di 100 m. Questi ultimi, una volta realizzati i cappi iniziali dove prenderanno posto i capi-corda, vengono utilizzati da oltre mille tiratori in costume bianco e fascia azzurra ai fianchi per far scivolare sull'asfalto bagnato da autopompe la Vara. La sera del 14 viene celebrata la Messa davanti alla Vara dal cappellano con l'offerta dei fiori da parte dei devoti sulla bara di vetro della Madonna. Il 15 agosto, giorno dell'Assunzione della Vergine, tra le ore 18,30 e le ore 19 in piazza Castronovo avviene lo sparo dei mortaretti e il comandante della Vara da il segnale di partenza ai tiratori che iniziano il traino al grido di Viva Maria, guidati da timonieri e vogatori che, facendo forza e leva sulle stanghe di legno, imprimono la giusta traiettoria, impedendo così spostamenti laterali che metterebbero in difficoltà il proseguo del tragitto. Dietro il cippo stanno il sindaco e le autorità civili e religiose. Il percorso continua lungo la via Garibaldi tra due grandi ali di fedeli che ogni anno aumentano a dismisura e i tiratori si aggrappano alle corde e tirano la Vara invocando A Mattri Assunta per voto, devozione o per chiedere la guarigione di un parente ammalato. Una volta giunta dinnanzi al palazzo della Prefettura, all'incrocio con il viale Boccetta, davanti alla Stele della Madonnina ed in piazza Unione Europea, vengono eseguiti i fuochi pirotecnici. Al momento della girata all'incrocio tra la via Garibaldi e la via I Settembre per arrivare in piazza Duomo le corde vengono allungate oltre l'incrocio e, una per volta, vengono sollevate e portate sulla via I Settembre. Quando è tutto pronto il capo-vara da il segnale di via arriva questo momento molto impegnativo per i timonieri, in quanto devono anche correggere eventuali errori di traiettoria. Questo momento è molto importante in quanto, a seconda della riuscita della manovra, i messinesi traggono auspici per tutto l'anno a seguire. Giuseppe Pitrè, nel suo volume Feste patronali in Sicilia, né sottolineò anch'egli l'importanza affermando che La Bara va veduta mentre è in movimento: ferma non è più che una pallida ombra di se stessa. Una volta avvenuti gli applausi e le grida di Viva Maria si riprende il cammino verso la Cattedrale, dove la Vara arriva tra il tripudio della piazza piena di fedeli e si ferma di fronte alla porta principale del Duomo. Dopo l'Omelia dell'Arcivescovo, il quale a conclusione impartisce la Santa Benedizione, i fedeli lentamente lasciano la piazza per entrare in Cattedrale ed assistere ai fuochi pirotecnici eseguiti da tre diverse ditte che illuminano di spettacolari e policromi bagliori le belle acque del mare sotto la Madonnina benedicente del porto. Da una quindicina d'anni a questa parte è tornata in vigore un'antica tradizione risalente al XVII sec., ovvero la sfilata di un cero da 16 libbre. Dal periodo appena indicato fino al 1908, anno del terremoto, i ceri erano 12 e venivano offerti dal Clero e dalle associazioni degli artigiani.
lunedì 8 agosto 2016
Nicolosi Porta dell'Etna
Alle pendici nord-occidentali dell'Etna si trova un paesino anch'esso molto frequentato nei mesi estivi per il suo clima salubre, Nicolosi. Esso è un comune di 7.415 abitanti appartenente alla città metropolitana di Catania, è distante circa 13 km dal capoluogo etneo e si estende da quota 670 fino al Cratere Centrale sito a 3.300 metri sul livello del mare. Per la sua posizione strategica tra mare e vulcano viene chiamato Porta dell'Etna. Nel suo libro Viaggio in Italia Johann Wolfgang Goethe menziona con molta ammirazione il luogo.
L'origine del toponimo coincide, con ogni probabilità, con il monastero benedettino di S. Nicolò all'Arena costruito li nel 1359. Esso fu edificato nel punto in cui dal XII sec. era già esistente un ospizio per monaci infermi il quale, nel 1341 esattamente, ospitò la regina Eleonora d'Angiò. Quest'ultima morì li 9 agosto dello stesso anno. Nel periodo della dominazione normanna (1061-1091) il territorio su cui sarebbe successivamente sorto il paese era prevalentemente occupato dai boschi. Ruggero I, dopo aver tolto agli Arabi in Sicilia, divise il territorio in feudi che furono affidati sia ai soldati che avevano contribuito alla sua impresa che alla Chiesa e all'Ordine dei Benedettini. Questo portò naturalmente ad un controllo, da parte sua e dei suoi successori, dell'economia di tutta l'isola e ad uno sfruttamento agricolo del territorio. Nel 1092 la città di Catania e i territori circostanti furono affidati all'abate bretone Angerio da S.Eufemia ed il territorio di Nicolosi fu posto sotto la baronia di un certo Letho. Le pendici dell'Etna si popolarono così di tanti monasteri come quelli di S.Maria la Scala, S.Maria di Novaluce, S.Leone di Pannacchio e S.Maria di Licodia. Il primo ad essere costruito fu quello di .Leone nel 1136 per volontà di Enrico del Vasto, conte di Policastro e principe di Paternò, il quale sposò la figlia di Ruggero I Flandina d'Altavilla. Quest'ultima gli portò in dote il feudo di Paternò. Nel 1156 il figlio di Enrico Simone di Policastro stabilì che il territorio affidato alla baronia di Letho passasse sotto il controllo del monastero di S.Leone. Nel 1205 esso venne unito a quello di S.Maria di Licodia nel frattempo divenuto sede abbaziale. Il 25 luglio 1359 il vescovo di Catania Marziale, con un documento detto Privilegio di Marziale, stabilì ciò che era volontà di Federico II d'Aragona, ovvero che nella sede dell'Hospitalem di S.Nicolò si costruisse un vero e proprio monastero. Le famiglie di contadini e pastori insediate attorno all'ospizio non costituivano un vero e proprio casale. Il suo diventare gradualmente prospero, oltre che sede abbaziale, resero necessaria un concentrazione stabile di personale. Così le prime case nacquero attorno al monastero ed il nuovo borgo si divise in tre quartieri: a nord Piano, al centro la Chiesa e a sud la Guardia. Nel frattempo avvenivano visite illustri come quella della regina Eleonora, moglie di Federico II d'Aragona, e quella della regina Bianca di Navarra la quale, durante l'eruzione dell'Etna del 1408, tenne la popolazione unita. Nel 1447 il borgo venne infeudato dal principe di Paternò che lo amministrò tramite i suoi procuratori residenti a Malpasso, odierna Belpasso. Poco dopo gli abitanti ottennero un'amministrazione propria pur restando dipendenti da Malapasso per affari di giustizia. Nel marzo 1536 avvenne una violenta eruzione vulcanica che, oltre a distruggere Nicolosi e Mompileri, seppellì definitivamente il monastero di S.Leone e di esso oggi rimane solo il nome che viene dato alla contrada, Terre di Santu Liu. Anche il monastero di S.Nicolò fu danneggiato in quanto la lava toccò la cisterna a quattro bocche molto utile nei periodi di siccità. I monaci, per ricordare l'evento, affissero una lapide con scritto Ai di 20 marzo exit lo foco di la Muntagna. L'11 maggio 1537 avvenne un'altra eruzione che insieme alla precedente, al terremoto del 1542 e ai continui attacchi dei briganti spinse i monaci ad abbandonare il monastero. Nel 1558 ottennero dai loro superiori di Montecassino il permesso di costruirne uno a Catania e quello di Nicolosi fu definitivamente abbandonato.
Nel 1601 il borgo ottenne la dignità sacramentale e l'autonomia spirituale da Mompileri. Nello stesso periodo gli abitanti ricostruirono l'abitato in una zona più bassa dove fu costruita anche la prima chiesa madre, dedicata all'Immacolata, poi anch'essa sepolta dall'eruzione del 1669 ed oggi sita sotto gli edifici all'incrocio tra via Martiri d'Ungheria e via Catania. L'eruzione ebbe inizio l'8 marzo con terremoti via via sempre più forti. Gli abitanti rimasero all'aperto nella zona Falliche, sita nella parte ovest del paese. Il 13 marzo veniva distrutta Mompileri e raggiunta Mascalucia e l'11 luglio 1669 essa terminò con il paese totalmente distrutto e la formazione della Grotta delle Palombe, scoperta dal geologo Mario Gemmellaro nel 1823. Il paese fu ricostruito nel decennio tra il 1670 e il 1680 sul sito originario grazie all'iniziativa del principe di Campofranco, vicario del re spagnolo, e anche in virtù del rifiuto della popolazione locale a trasferirsi nel neonato centro di Fenicia Moncada con gli abitanti di Malpasso. Fu sistemata, con licenza del vescovo Bonadies, la Chiesetta della Madonna delle Grazie e in questo stesso luogo, il 18 agosto 1671, furono portati i Sacramenti della chiesa matrice sotto il titolo dello Spirito Santo. Nel 1676 venne accordata l'autonomia amministrativa a Nicolosi e nel 1681 si costituì in comunità autonoma con 844 abitanti. Ai primi del '700 risale la costruzione della Chiesa della Madonna delle Grazie, di quella della Madonna del Carmelo e di quella di S.Giuseppe.
Il 26 aprile del 1766 avvenne una nuova eruzione che formò l'apparato eruttivo dei Monti Calcarazzi e provocò danni ai boschi. Una volta scampato il pericolo gli abitanti eressero i Tre altarelli e sotto le tre arcate furono dipinte le immagini della Madonna delle Grazie, di S.Antonio di Padova e di S.Antonio Abate protettori del paese. Nell'800 vennero edificate le chiese di S.Francesco di Paola e la cappella dei ss. Cosma e Damiano oltre ad un collegio femminile. Nel 1812 il Regno di Napoli dichiarò decaduto il regime feudale a Nicolosi e il geologo Mario Gemmellaro iniziò una serie di opere pubbliche dando vita, nel 1821, alle scuole lancasteriane. Ma la costruzione che più di tutte si identifica con questo straordinario geologo è la Casa degli Inglesi, detta anche Casa Gemmellaro, a 2400 m di quota sull'Etna ed importante per le osservazione sistematiche del vulcano.
Negli anni '30 del XIX sec. don Alvaro Paternò Castello principe di Manganelli ed Intendente della Val di Catania progettò la via Etnea, al di fuori del percorso urbano catanese, in cinque diversi tratti: il primo dal quartiere catanese di Barriera del Bosco a Gravina di Catania, il secondo da Gravina a Mascalucia, il terzo da Mascalucia a S.Rocco, il quarto da S.Rocco a Massannunziata ed il quinto da Massannunziata a Nicolosi. La speranza del principe, presto delusa, era quella di prolungare la via fino all'Etna, precisamente alla Grotta del Monte Colombano, per rendere accessibile il nostro Etna agl'illustri forestieri.
Una lapide commemorativa oggi affissa sui due obelischi posti all'inizio del tratto di via Etnea che collega il quartiere Barriera del Bosco a Gravina ricorda i lavori di realizzazione nel 1835. Un'altra lapide doveva essere posta su un monumento piramidale che avrebbe dovuto segnare la fine della strada all'ingresso di Nicolosi presso il cimitero, ma a causa di problemi strutturali, furti e mancanza di fondi essa oggi è solo un cumulo di pietra con la lapide illegibile per l'incuria. Come ci riferisce J. J. E. Reclus in La Sicilia e l'eruzione dell'Etna nel 1865 il 17 marzo 1861 il comune contava due alberghi. Nel 1866 avvenne una nuova colata lavica, ma lava si fermò a 100 m dalle prima costruzioni. L'anno dopo fu restaurata la chiesa madre e, come ringraziamento, venne costruita la cappella di S.Agata che ricorda il luogo in cui il cardinale Dusmet il 24 maggio aveva portato in processione il velo di S.Agata, esortandola a salvare il paese. Nel anni '30 del '900, in pieno periodo fascista, fu inaugurata la via Ferdinandea e negli anni '50 arrivò ufficialmente in paese l'erogazione dell'acqua potabile.
Nel dopoguerra anche il comune di Nicolosi è stato interessato da un forte incremento edilizio, con la sostituzione di vecchie costruzioni con delle nuove e l'edificazione di nuovi fabbricati nei luoghi fino ad allora occupati dalla campagna. Durante l'eruzione dell'Etna del 1983, che riscosse una grande risonanza mediatica, la zona nord del paese a quota 1910 me sul vulcano venne danneggiata dalle colate che distrussero la Funivia dell'Etna, ristoranti, altre attività e diversi tratti della SP 92. La lava arrivò a 1100 m tra Monte San Lio e Monte Rinazzi e i metri cubi complessivi di materiale vulcanico furono 100 milioni. Il legame tra la lava ed il paese è suggellato dallo stemma di quest'ultimo che comprende ramoscelli di ginestra, il primo fiore della lava e una scritta Subridens ocellus civitas fervido montis igne facta che significa cittadina resa dal fervido fuoco del monte una gemma splendente.
Nicolosi è sede del Parco dell'Etna. Esso venne istituito nel 1987 come area naturale protetta. Se né cominciò a discutere negli anni '60 del '900 per tutelare la natura dall'invasione del turismo di massa e si arrivò all'approvazione di tre parchi in Sicilia, tra cui quello dell'Etna, con decreto legge 98 del maggio 1981. Il parco fu così aperto al pubblico nel marzo 1987 con lo scopo di tutelare il patrimonio boschivo e le specie faunistiche e floreali e regolamentare e coordinare le attività turistiche per dare fruibilità ai luoghi. Per quanto riguarda la flora a 2400 m si incontrano la saponara, l'astragalo siciliano, il tanaceto, il cerastio, il senacio, la camomilla dell'Etna, il caglio dell'Etna e la romice. A 2000 si incontrano il pino loricato, la Betula aetenensis, il faggio, il castagno, l'ulivo e la ginestra dell'Etna, particolare per il suo colore giallo che, abbinandosi con il nero della sede lavica, produce un suggestivo effetto cromatico. Nella zona collinare delle falde si incontrano i vigneti di Nerello dove si produce l'Etna vino DOC. Infine nel versante nord-occidentale, tra i 600 e gli 850 m di altitudine, proliferano i pistacchi e le fragole, rispettivamente di Bronte e Maletto. Si producono anche pere e pesche, tra cui la tabacchiera dell'Etna. Il microclima a contatto con la costa jonica e la ricchezza dei suoli hanno permesso la sviluppo di una ricchissima varietà di prodotti agricoli comprendente la Ciliegia rossa dell'Etna (zona Milo, S.Alfio, Mascali e Giarre) e le noci e noccioline d'alta quota (zona S.Alfio, Milo e Piedimonte Etneo). La fauna, fino al XIX sec., proliferava di lupi, cinghiali, daini e caprioli, ma l'apertura di nuove strade e il disboscamento selvaggio né hanno provocato l'estinzione. Tuttora si possono trovare l'istrice, la volpe, il gatto selvatico, la martora, il coniglio, la lepre, la donnola, il riccio, il topo, il ghiro, il quercino e diverse specie di topo, pipistrello e serpente. I tre luoghi d'interesse geologico sono la Grotta del Gelo, con all'interno ghiacci perenni e temperatura non più alta di 6 gradi sotto lo zero, la Grotta dei tre livelli, la più lunga sull'Etna, e la Valle del Bove, che costituisce con i suoi dicchi quanto rimasto dell'estinto vulcano Trifoglietto.
I Monti Rossi sorgono su due coni piroclastici formatisi a nord di Nicolosi. La loro formazione risale all'eruzione del 1669 a seguito si un'impalcatura costruita sulla fenditura dei coni gemelli fino ad allora chiamati Monti della Ruina. L'eruzione distrusse anche parte della città di Catania fino alle mura, circondando il Castello Ursino e creando della nuova terraferma per parecchi chilometri a sud-ovest della città. Tutto questo causò la scomparsa del Lago di Nicito e il seppellimento di buona parte del fiume Amenano. L'origine del nome è tuttora discussa. Secondo alcuni esso deriverebbe da un'errata traduzione dal dialetto siciliano che traduce Munti Rossi come Monti Grossi anziché Munti Russi che significherebbe Monti Rossi. La presenza di pirosseni rende rosse le rocce. Secondo l'altra versione il nome deriverebbe dalla traduzione dal dialetto catanese Munti Russi, significante sempre Monti Rossi, in quanto le due montagne nascenti apparivano rosse durante la notte a causa della lava incandescente. A conferma di ciò contribuiscono alcuni racconti dell'epoca riportanti la frase la terra tremau e du minni di foco spuntanu (la terra ha tremato e due montagne di fuoco sono spuntato), con l'espressione minni di foco significante seni di fuoco, per la forma simile ad un seno femminile. Nell'area dei Monti Rossi sorge una vasta Pineta all'interno della quale sono presenti, da qualche anno, un Parco Avventura, un chiosco di bevande e alimenti detto Ai Pini, tavoli per picnic e gite e sentieri curati dalla Guardia Forestale, sedi di passeggiate ed escursioni ed attività di Orienteering con mappe messe a disposizione della Federazione Italiana Sport e Orientamento.

La stazione turistica di Rifugio Sapienza è situata a 1910 m, fu costruita in epoca fascista, è gestita dal CAI Club Alpino Italiano è fornita di servizi turistici e alberghieri ed è sede anche della Funivia dell'Etna, infrastruttura utile per raggiungere le zone più alte del vulcano. Essa parte dal piazzale Cantoniera e raggiunge la Montagnola a 2495 m e successivamente arriva a 3000 m di altezza dove sono presenti i crateri sommitali, nella zona detta Torre del filosofo. Di grande importanza sono i Monti Silvestri, crateri inattivi formatisi a seguito dell'eruzione del 1892, dei quali la parte inferiore si trova lungo la Strada Provinciale 92, che collega Nicolosi al Rifugio.
venerdì 5 agosto 2016
La Riviera dei Ciclopi: Acicastello e Acitrezza
A pochi chilometri da Ognina ha luogo la Rivera dei Ciclopi, un luogo così chiamato perché legato alle vicende dell'Odissea di Omero. Esso è popolato da due splendide località, un tempo anch'esse borghi marinari, Acicastello e Acitrezza.
Acicastello, detto Castiddu di Iaci o Casteddu in dialetto, è un comune di 18.723 abitanti appartenente all'area metropolitana di Catania ed ingloba anche il contiguo borgo marinaro di Acitrezza ed i borghi collinari di Cannizzaro e Ficarazzi. Alcune fonti affermano che esso, insieme agli altri limitrofi aventi nel loro nome il prefisso Aci, tragga geograficamente origine da Xiphonia, misteriosa città greca scomparsa avente con ogni probabilità il suo nucleo principale nella zona dell'attuale borgo marinaro di Capo Mulini. I poeti Virgilio e Ovidio fecero nascere il mito dalla fondazione sia dalla storia d'amore tra la ninfa Galatea ed il pastorello Aci che dal ciclope Polifemo, anch'egli innamorato di Galatea. La leggenda narra che proprio Polifemo sconfisse il rivale Aci sotto un masso e dal sangue del pastore nacque un fiume chiamato Akis dai greci e prevalentemente sotterraneo. Nello stesso territorio nacque in epoca romana una città avente lo stesso nome che partecipò alle guerre puniche. La storia di Acicastello è legata principalmente alla fortezza dalla quale prende il nome, il Castello di Aci. Esso fu il fulcro dello sviluppo, oltre che del paese, di tutto il comprensorio acese soprattutto nel Medioevo. Il promontorio basaltico era originariamente separato dalla terraferma ed un primo castello fu costruito nel VII sec. dai bizantini su una preesistente fortificazione romana probabilmente risalente al 38 d. C. chiamata Castrum Jacis e volta alla difesa della popolazione dalle scorrerie. Nel 902 l'emiro Ibrahim assaltò il castello e la popolazione depose le armi a favore dei musulmani. Nel 909 il califfo 'al-Mooz fece riedificare la fortificazione, detta qalat, con lo scopo di difendere l'abitato e così in tutto il X secolo sotto la dominazione araba il paese fu chiamato Al-Yag o Li-Yag. Durante la dominazione normanna, fondamentale per la nomenclatura del castello in quanto le attuali indicazioni stradali a sfondo turistico indicano castello normanno, venne introdotto il sistema feudale in tutta l'isola. Così nel 1092 il castello divenne proprietà dell'abate e vescovo di Catania Angerio da S.Eufemia e fu chiamato Castrum Jatium. Si trattò del primo atto riguardante la Terra di Aci e le sue pertinenze erano nei comuni, oltre che di Acicastello, di Aci S.Antonio, Acireale, Aci Catena, Aci Bonaccorsi e Valverde, ai tempi chiamata Aci Valverde. Nel 1126 il vescovo Maurizio di Catania ricevette li nel nel castello le reliquie di S. Agata provenienti da Costantinopoli e tuttora quest'avvenimento è ricordato da un affresco all'interno di un'ex cappella li dentro il castello. Il terremoto del 4 febbraio 1169 precedette l'eruzione dello stesso anno che colmò il piccolo braccio che separava fino ad allora il castello dalla terraferma. Nel 1239 il castello ritornò al demanio in quanto Federico II di Svevia rimosse il vescovo Gualtiero di Palearia. Ma alla fine del XIII sec., quando il borgo iniziò a partecipare alle guerre del Vespro, il castello ritornò nuovamente nelle mani del vescovo di Catania. Nel 1297 Federico III d'Aragona diede l'Università di Aci all'ammiraglio Ruggero di Lauria con un patto che enunciava il pagamento di un canone di 30 once d'oro il giorno di S.Agata, ma esso non fu mai rispettato. Quando Ruggero di Lauria passò con gli angioini il re Federico fece espugnare il castello con una torre di legno chiamata cicogna e riportò la fortezza nel demanio. Nel 1320 Federico cedette il castello a Blasco II Alagona. A quest'ultimo successe poco dopo il figlio Artale I mentre nel 1326 il castello fu nuovamente saccheggiato dalle truppe di Roberto d'Angiò capitanate da Beltrando Del Balzo. Nel 1329 avvennero un terremoto e un'eruzione che sconvolsero il territorio e dalla nuova ricostruzione poco più a nord nacque il nucleo della futura Acireale. Nel 1354 e nel 1356 il maresciallo Acciaiuoli inviato da Ludovico d'Angiò tentò di saccheggiare il castello ma mentre il primo tentativo andò a buon fine, nel secondo trovò l'opposizione di Artale I Alagona. Quest'ultimo da Ognina respinse l'attacco e la battaglia, che si svolse nel tratto costiero tra Ognina e Acicastello e finì con la vittoria di Artale, fu chiamata Scacco di Ognina. Artale II Alagona insorse contro il re Martino il Giovane e si arroccò nel castello. Iniziò così un lungo assedio che il re risolse a suo favore nel 1396 guastando l'impianto di approvvigionamento idrico del castello e approfittando della momentanea assenza di Artale. Due anni dopo, nel 1398, il re Martino fece dichiarare dal Parlamento generale di Siracusa che le terre acesi dovevano restare in perpetuo nel regio demanio. L'anno successivo venne dato un privilegio di esenzione dalla dogana al territorio. Dal 1402 fino alla sua morte il re Martino utilizzò il castello come propria dimora insieme alla seconda moglie Bianca di Navarra. Nel 1421 il viceré Ferdinando Velasquez acquistò il territorio del castello e del vicino Bosco d'Aci ma ciò causò il malcontento della popolazione che fu sedato con l'organizzazione su ordine del re aragonese Alfonso il Magnanimo di un fiera senza dazi, la Fiera Franca, da cui prende nome un tratto dall'adiacente SS 114. Ferdinando Velasquez morì nel 1434 e la proprietà passò, in ordine cronologico, all'infante di Spagna don Pietro e subito al re Alfonso nel 1437, ai Platamone, ai Moncada e ai Requisens nel periodo dal 1439 al 1468, anno in cui fu acquistato dai baroni di Mastrantonio. Il 28 agosto del 1528 gli abitanti offrirono all'imperatore Carlo V 200000 fiorini per rientrare nel Regio demanio e liberarsi così dal potere feudale baronale. Due anni dopo, il 5 luglio 1530, l'imperatore accettò l'offerta e concesse il mero et misto impero comprendente anche la Fiera Franca. A partire dalla metà del XVI sec. l'Università di Aci uscì di scena, i casali e Acireale restarono indipendenti e il castello fu utilizzato prima come caserma e poi come carcere. Nel 1647 Filippo di Spagna lo cedette al Duca Giovanni Andrea Massa e sotto la sua proprietà subì i danni del terremoto del 1693. Nel XIX sec. sotto il regno borbonico ritornò, stavolta definitivamente, nel demanio comunale e in questo periodo Giovanni Verga vi ambientò la novella Le storie del castello di Trezza. Negli anni '60 del XX secolo venne restaurato e dal 1985 è regolarmente visitabile ed è sede di un museo civico diviso in tre aree, mineralogia, paleontologia e archeologia, con in progetto una quarta che sarà dedicata ad un acquario. La struttura architettonica attuale è prevalentemente di pietra lavica e al centro di essa è posto il donjon, torre quadrangolare elemento cardine del maniero. Per il resto esso è costituito dall'accesso che conserva un piccolo resto del ponte levatoio vecchio, da un cortile dove si trova un piccolo orto botanico, dalla già già citata cappella di origine bizantina e da una terrazza panoramica sul golfo antistante. Nel 2012 la cappella è stata intitolata a Jean Calogero, pittore castellese.
Oggi il paese è meta estiva di villeggiatura e balneazione e sede di punti di ritrovo come pub, stabilimenti balneari e trattorie. Il porticciolo è sito sotto la piazza Castello, nella quale hanno sede il comune e la chiesa principale, ed è composto da 60 posti barca, da un molo di 110 m, da un molo più piccolo e ha fondali di 1,5 m. Il paese è collegato con Catania e con le altre frazioni tramite la già citata Strada Statale 114 ed esclusivamente con Catania tramite una strada litoranea, anch'essa sede di stabilimenti balneari e ristoranti, che assunse l'aspetto attuale solo negli anni '70 quando fu prolungata fino al comune di Acicastello. Fino ad allora terminava di fronte all'attuale hotel Baia Verde e si proseguiva per una strada a sinistra, tuttora esistente.
Acitrezza, detta a Trizza in dialetto, è un incantevole borgo marinaro poco più a nord di Acicastello e fa parte, come già accennato, del comune di quest'ultimo. Esso nacque come scalo marittimo alla fine del XVII sec. ad opera di Stefano Riggio, proprietario dal 1651 dei comuni di Aci S.Antonio, Aci S.Filippo e Valverde, e divenne un vero e proprio centro commerciale con magazzini contenenti olio, salumi e formaggio. Nel 1678 la gestione di esso passò al figlio Luigi, poi nel 1860 a Stefano Riggio Saladino e dal 1704 al 1757 a Luigi Riggio Brancifiorte. Quest'ultimo però risiedette in Spagna ricoprendo anche cariche altissime alle dipendenze di Re Filippo V e quindi dovette lasciare l'amministrazione del feudo allo zio Gioacchino Riggio. Infine gli ultimi due amministratori furono Stefano Riggio di Gravina fino al 1790 e Giuseppe Riggio Grugno fino al 1792. Dopo l'abolizione del feudalesimo in Sicilia avvenuta nel 1812 il borgo fu separato, insieme a Ficarazzi, da Aci S.Antonio e accorpato, sempre insieme a Ficarazzi, al comune di Acicastello il 15 settembre del 1828. Il borgo è attualmente diviso da Acicastello da una grande roccia lavica la quale, dal 2 novembre 2014, è percorribile solo a piedi per via di un varco aperto all'interno dello stabilimento balneare Lido dei Ciclopi. Come Acicastello anch'esso è meta di villeggiatura e balneazione estiva con in più diverse trattorie caratteristiche dove il menù è prevalentemente a base di pesce, prodotto tipico del luogo data anche la presenza di un ampio porticciolo che comprende anche impianti di rifornimento per carburante ed acqua, cantieri navali e gru di alaggio. All'interno di esso è presente anche il monumento alla barca Provvidenza del romanzo di Giovanni Verga I Malavoglia ambientato proprio in questo borgo marinaro. Oltre al romanzo è ambientato anche il film ad esso ispirato La terra trema di Luchino Visconti. Vicino la Chiesa di S. Giovanni Battista, patrono del luogo, vi è la Casa del Nespolo, abitazione di Padron 'Ntoni, all'interno della quale sono stati allestiti un museo con oggetti della tradizione marinara e una raccolta fotografica con scene del film di Visconti. Nella parte nord del borgo è presente inoltre un grande mercato ittico, a testimonianza del grande legame di esso con l'attività della pesca.
Nel panorama marino dirimpetto al borgo spiccano i Faraglioni dei Ciclopi (detti che anche Isole Ciclopi), sei scogli basaltici, Faraglione Grande, Faraglione Piccolo e altri quattro scogli disposti ad arco, che secondo la leggenda furono gettati da Polifemo ad Ulisse durante la sua fuga. Tra di essi si trova l'isola Lachea, chiamata da Omero Isola delle Capre nel libro IX dell'Odissea, che ha una forma quasi ellittica, è alta 35 m, è lunga 250 m ed è larga 150 m. Essa, oltre che in Omero, viene citata anche da Ovidio, Plinio, Euripide e Virgilio. La formazione di essa e dei faraglioni è avvenuta tramite l'intrusione del magma nelle rocce preesistenti dei fondali marini e che è successivamente eroso dall'azione delle onde. La roccia basaltica dell'isola è coperta da uno strato di argilla biancastra il quale, a contatto con la lava, ha dato origine ad un minerale raro come l'analcime. Nel 1869 fu ritrovata un'ascia in diorite di di epoca preistorica e nel 1919 furono rinvenute due tombe a grotticella. Successivamente furono ritrovate anche oggetti di epoca tardo romana come pentole, anfore, pesi da telaio, aghi di un osso, frammenti di un pettine osseo e una piccola lucerna. Nel punto più alto dell'isola si trovano il museo, una cisterna e la Grotta del Monaco abitata da un santo uomo nato in Aquitania e vissuto li tra il 974 e il 1044. La flora prolifera di piante tipicamente sicule come l'eliotropio e la carlina raggio d'oro. La fauna è ricchissima in quanto annovera due tipi di ragno, la Zelates messinai e l'Urozelotes mysticus, un tipo di lucertola della sottospecie Podarcis sicula ciclopica, avvistata solo sull'isola, ed infine gli uccelli come la ballerina gialla, la passera sarda, la gazza, il fanello, la sterpazzola, la tottavilla, l'occhiocotto, il cormorano, il gabbiano reale, il falco di palude ed il falco pellegrino. All'interno dell'isola ha sede una stazione per gli studi biologici dell'Università degli studi di Catania e dal 1998, insieme alle Isole Ciclopi, fa parte della Riserva naturale integrale Isola Lachea e Faraglioni dei Ciclopi istituita dalla Regione Siciliana e gestita da Cutgana (Centro interfacoltà dell'Università di Catania).
Acicastello, detto Castiddu di Iaci o Casteddu in dialetto, è un comune di 18.723 abitanti appartenente all'area metropolitana di Catania ed ingloba anche il contiguo borgo marinaro di Acitrezza ed i borghi collinari di Cannizzaro e Ficarazzi. Alcune fonti affermano che esso, insieme agli altri limitrofi aventi nel loro nome il prefisso Aci, tragga geograficamente origine da Xiphonia, misteriosa città greca scomparsa avente con ogni probabilità il suo nucleo principale nella zona dell'attuale borgo marinaro di Capo Mulini. I poeti Virgilio e Ovidio fecero nascere il mito dalla fondazione sia dalla storia d'amore tra la ninfa Galatea ed il pastorello Aci che dal ciclope Polifemo, anch'egli innamorato di Galatea. La leggenda narra che proprio Polifemo sconfisse il rivale Aci sotto un masso e dal sangue del pastore nacque un fiume chiamato Akis dai greci e prevalentemente sotterraneo. Nello stesso territorio nacque in epoca romana una città avente lo stesso nome che partecipò alle guerre puniche. La storia di Acicastello è legata principalmente alla fortezza dalla quale prende il nome, il Castello di Aci. Esso fu il fulcro dello sviluppo, oltre che del paese, di tutto il comprensorio acese soprattutto nel Medioevo. Il promontorio basaltico era originariamente separato dalla terraferma ed un primo castello fu costruito nel VII sec. dai bizantini su una preesistente fortificazione romana probabilmente risalente al 38 d. C. chiamata Castrum Jacis e volta alla difesa della popolazione dalle scorrerie. Nel 902 l'emiro Ibrahim assaltò il castello e la popolazione depose le armi a favore dei musulmani. Nel 909 il califfo 'al-Mooz fece riedificare la fortificazione, detta qalat, con lo scopo di difendere l'abitato e così in tutto il X secolo sotto la dominazione araba il paese fu chiamato Al-Yag o Li-Yag. Durante la dominazione normanna, fondamentale per la nomenclatura del castello in quanto le attuali indicazioni stradali a sfondo turistico indicano castello normanno, venne introdotto il sistema feudale in tutta l'isola. Così nel 1092 il castello divenne proprietà dell'abate e vescovo di Catania Angerio da S.Eufemia e fu chiamato Castrum Jatium. Si trattò del primo atto riguardante la Terra di Aci e le sue pertinenze erano nei comuni, oltre che di Acicastello, di Aci S.Antonio, Acireale, Aci Catena, Aci Bonaccorsi e Valverde, ai tempi chiamata Aci Valverde. Nel 1126 il vescovo Maurizio di Catania ricevette li nel nel castello le reliquie di S. Agata provenienti da Costantinopoli e tuttora quest'avvenimento è ricordato da un affresco all'interno di un'ex cappella li dentro il castello. Il terremoto del 4 febbraio 1169 precedette l'eruzione dello stesso anno che colmò il piccolo braccio che separava fino ad allora il castello dalla terraferma. Nel 1239 il castello ritornò al demanio in quanto Federico II di Svevia rimosse il vescovo Gualtiero di Palearia. Ma alla fine del XIII sec., quando il borgo iniziò a partecipare alle guerre del Vespro, il castello ritornò nuovamente nelle mani del vescovo di Catania. Nel 1297 Federico III d'Aragona diede l'Università di Aci all'ammiraglio Ruggero di Lauria con un patto che enunciava il pagamento di un canone di 30 once d'oro il giorno di S.Agata, ma esso non fu mai rispettato. Quando Ruggero di Lauria passò con gli angioini il re Federico fece espugnare il castello con una torre di legno chiamata cicogna e riportò la fortezza nel demanio. Nel 1320 Federico cedette il castello a Blasco II Alagona. A quest'ultimo successe poco dopo il figlio Artale I mentre nel 1326 il castello fu nuovamente saccheggiato dalle truppe di Roberto d'Angiò capitanate da Beltrando Del Balzo. Nel 1329 avvennero un terremoto e un'eruzione che sconvolsero il territorio e dalla nuova ricostruzione poco più a nord nacque il nucleo della futura Acireale. Nel 1354 e nel 1356 il maresciallo Acciaiuoli inviato da Ludovico d'Angiò tentò di saccheggiare il castello ma mentre il primo tentativo andò a buon fine, nel secondo trovò l'opposizione di Artale I Alagona. Quest'ultimo da Ognina respinse l'attacco e la battaglia, che si svolse nel tratto costiero tra Ognina e Acicastello e finì con la vittoria di Artale, fu chiamata Scacco di Ognina. Artale II Alagona insorse contro il re Martino il Giovane e si arroccò nel castello. Iniziò così un lungo assedio che il re risolse a suo favore nel 1396 guastando l'impianto di approvvigionamento idrico del castello e approfittando della momentanea assenza di Artale. Due anni dopo, nel 1398, il re Martino fece dichiarare dal Parlamento generale di Siracusa che le terre acesi dovevano restare in perpetuo nel regio demanio. L'anno successivo venne dato un privilegio di esenzione dalla dogana al territorio. Dal 1402 fino alla sua morte il re Martino utilizzò il castello come propria dimora insieme alla seconda moglie Bianca di Navarra. Nel 1421 il viceré Ferdinando Velasquez acquistò il territorio del castello e del vicino Bosco d'Aci ma ciò causò il malcontento della popolazione che fu sedato con l'organizzazione su ordine del re aragonese Alfonso il Magnanimo di un fiera senza dazi, la Fiera Franca, da cui prende nome un tratto dall'adiacente SS 114. Ferdinando Velasquez morì nel 1434 e la proprietà passò, in ordine cronologico, all'infante di Spagna don Pietro e subito al re Alfonso nel 1437, ai Platamone, ai Moncada e ai Requisens nel periodo dal 1439 al 1468, anno in cui fu acquistato dai baroni di Mastrantonio. Il 28 agosto del 1528 gli abitanti offrirono all'imperatore Carlo V 200000 fiorini per rientrare nel Regio demanio e liberarsi così dal potere feudale baronale. Due anni dopo, il 5 luglio 1530, l'imperatore accettò l'offerta e concesse il mero et misto impero comprendente anche la Fiera Franca. A partire dalla metà del XVI sec. l'Università di Aci uscì di scena, i casali e Acireale restarono indipendenti e il castello fu utilizzato prima come caserma e poi come carcere. Nel 1647 Filippo di Spagna lo cedette al Duca Giovanni Andrea Massa e sotto la sua proprietà subì i danni del terremoto del 1693. Nel XIX sec. sotto il regno borbonico ritornò, stavolta definitivamente, nel demanio comunale e in questo periodo Giovanni Verga vi ambientò la novella Le storie del castello di Trezza. Negli anni '60 del XX secolo venne restaurato e dal 1985 è regolarmente visitabile ed è sede di un museo civico diviso in tre aree, mineralogia, paleontologia e archeologia, con in progetto una quarta che sarà dedicata ad un acquario. La struttura architettonica attuale è prevalentemente di pietra lavica e al centro di essa è posto il donjon, torre quadrangolare elemento cardine del maniero. Per il resto esso è costituito dall'accesso che conserva un piccolo resto del ponte levatoio vecchio, da un cortile dove si trova un piccolo orto botanico, dalla già già citata cappella di origine bizantina e da una terrazza panoramica sul golfo antistante. Nel 2012 la cappella è stata intitolata a Jean Calogero, pittore castellese.
Oggi il paese è meta estiva di villeggiatura e balneazione e sede di punti di ritrovo come pub, stabilimenti balneari e trattorie. Il porticciolo è sito sotto la piazza Castello, nella quale hanno sede il comune e la chiesa principale, ed è composto da 60 posti barca, da un molo di 110 m, da un molo più piccolo e ha fondali di 1,5 m. Il paese è collegato con Catania e con le altre frazioni tramite la già citata Strada Statale 114 ed esclusivamente con Catania tramite una strada litoranea, anch'essa sede di stabilimenti balneari e ristoranti, che assunse l'aspetto attuale solo negli anni '70 quando fu prolungata fino al comune di Acicastello. Fino ad allora terminava di fronte all'attuale hotel Baia Verde e si proseguiva per una strada a sinistra, tuttora esistente.
Acitrezza, detta a Trizza in dialetto, è un incantevole borgo marinaro poco più a nord di Acicastello e fa parte, come già accennato, del comune di quest'ultimo. Esso nacque come scalo marittimo alla fine del XVII sec. ad opera di Stefano Riggio, proprietario dal 1651 dei comuni di Aci S.Antonio, Aci S.Filippo e Valverde, e divenne un vero e proprio centro commerciale con magazzini contenenti olio, salumi e formaggio. Nel 1678 la gestione di esso passò al figlio Luigi, poi nel 1860 a Stefano Riggio Saladino e dal 1704 al 1757 a Luigi Riggio Brancifiorte. Quest'ultimo però risiedette in Spagna ricoprendo anche cariche altissime alle dipendenze di Re Filippo V e quindi dovette lasciare l'amministrazione del feudo allo zio Gioacchino Riggio. Infine gli ultimi due amministratori furono Stefano Riggio di Gravina fino al 1790 e Giuseppe Riggio Grugno fino al 1792. Dopo l'abolizione del feudalesimo in Sicilia avvenuta nel 1812 il borgo fu separato, insieme a Ficarazzi, da Aci S.Antonio e accorpato, sempre insieme a Ficarazzi, al comune di Acicastello il 15 settembre del 1828. Il borgo è attualmente diviso da Acicastello da una grande roccia lavica la quale, dal 2 novembre 2014, è percorribile solo a piedi per via di un varco aperto all'interno dello stabilimento balneare Lido dei Ciclopi. Come Acicastello anch'esso è meta di villeggiatura e balneazione estiva con in più diverse trattorie caratteristiche dove il menù è prevalentemente a base di pesce, prodotto tipico del luogo data anche la presenza di un ampio porticciolo che comprende anche impianti di rifornimento per carburante ed acqua, cantieri navali e gru di alaggio. All'interno di esso è presente anche il monumento alla barca Provvidenza del romanzo di Giovanni Verga I Malavoglia ambientato proprio in questo borgo marinaro. Oltre al romanzo è ambientato anche il film ad esso ispirato La terra trema di Luchino Visconti. Vicino la Chiesa di S. Giovanni Battista, patrono del luogo, vi è la Casa del Nespolo, abitazione di Padron 'Ntoni, all'interno della quale sono stati allestiti un museo con oggetti della tradizione marinara e una raccolta fotografica con scene del film di Visconti. Nella parte nord del borgo è presente inoltre un grande mercato ittico, a testimonianza del grande legame di esso con l'attività della pesca.
Nel panorama marino dirimpetto al borgo spiccano i Faraglioni dei Ciclopi (detti che anche Isole Ciclopi), sei scogli basaltici, Faraglione Grande, Faraglione Piccolo e altri quattro scogli disposti ad arco, che secondo la leggenda furono gettati da Polifemo ad Ulisse durante la sua fuga. Tra di essi si trova l'isola Lachea, chiamata da Omero Isola delle Capre nel libro IX dell'Odissea, che ha una forma quasi ellittica, è alta 35 m, è lunga 250 m ed è larga 150 m. Essa, oltre che in Omero, viene citata anche da Ovidio, Plinio, Euripide e Virgilio. La formazione di essa e dei faraglioni è avvenuta tramite l'intrusione del magma nelle rocce preesistenti dei fondali marini e che è successivamente eroso dall'azione delle onde. La roccia basaltica dell'isola è coperta da uno strato di argilla biancastra il quale, a contatto con la lava, ha dato origine ad un minerale raro come l'analcime. Nel 1869 fu ritrovata un'ascia in diorite di di epoca preistorica e nel 1919 furono rinvenute due tombe a grotticella. Successivamente furono ritrovate anche oggetti di epoca tardo romana come pentole, anfore, pesi da telaio, aghi di un osso, frammenti di un pettine osseo e una piccola lucerna. Nel punto più alto dell'isola si trovano il museo, una cisterna e la Grotta del Monaco abitata da un santo uomo nato in Aquitania e vissuto li tra il 974 e il 1044. La flora prolifera di piante tipicamente sicule come l'eliotropio e la carlina raggio d'oro. La fauna è ricchissima in quanto annovera due tipi di ragno, la Zelates messinai e l'Urozelotes mysticus, un tipo di lucertola della sottospecie Podarcis sicula ciclopica, avvistata solo sull'isola, ed infine gli uccelli come la ballerina gialla, la passera sarda, la gazza, il fanello, la sterpazzola, la tottavilla, l'occhiocotto, il cormorano, il gabbiano reale, il falco di palude ed il falco pellegrino. All'interno dell'isola ha sede una stazione per gli studi biologici dell'Università degli studi di Catania e dal 1998, insieme alle Isole Ciclopi, fa parte della Riserva naturale integrale Isola Lachea e Faraglioni dei Ciclopi istituita dalla Regione Siciliana e gestita da Cutgana (Centro interfacoltà dell'Università di Catania).
mercoledì 3 agosto 2016
La malaria diffusa dalle acque del Biviere descritta da due grandi autori: Charles Didier e Giovanni Verga
La malaria fu, come ben sappiamo, la causa principale che portò prima ai lavori di bonifica e poi al prosciugamento negli anni '30 del Biviere di Lentini. L'argomento fu trattato nella letteratura da due grandi autori: Charles Didier e Giovanni Verga. Sul primo, come già accennato tempo addietro, si dice spesso che abbia dato alla nota formazione idrologica il nome di terza meraviglia della Sicilia, ma ciò non è vero in quanto si trattò di un'informazione errata che egli ebbe. Le tre meraviglie della Sicilia erano per l'appunto Monte, Ponte, Fonte, ovvero il vulcano Etna, il ponte di Capodarso passante sopra il fiume Himera e la Fonte Aretusea sita nell'isola di Ortigia, e non il Biviere di Lentini. Lo scrittore giunge al Biviere dopo aver percorso l'isola in senso antiorario partendo da Messina e quando vi giunge afferma che il lago, che in teoria doveva fertilizzare e purificare la città di Gorgia, non è altro che uno stagno circondato da canneti e popolato di anguille che infesta il paese con la febbre e la morte; la malaria regna sulle sue rive e da ai pochi abitanti che l'affrontano l'aspetto di spettri. Sottolinea così la pericolosità del luogo soprattutto nei mesi più caldi dell'anno e come il paese risente di questo flagello.
Giovanni Verga, esponente del Verismo italiano, tratta il tema della malaria diffusa nella zona attorno al Biviere in due opere sue, La malaria e La roba. Esse sono due novelle appartenenti entrambe ad una raccolta, le Novelle rusticane pubblicate nel 1883. Ne La malaria egli descrive la malaria in quanto malattia trasmessa da un particolare tipo di zanzara, ma soprattutto come protagonista di tante storie aventi come teatro la Piana di Catania. Viene così sottolineato come in questi luoghi vi sono dei campi fertili in cui i contadini lavorano incessantemente per portare a casa da mangiare, ma spesso fanno la fine delle spighe in quanto vengono resi deboli fino a morire. Il Biviere viene qui menzionato all'inizio dell'opera e viene descritto come uno stagno senza una barca, colle sponde piatte, senza un albero sulla riva, tutto ciò ad affermare come a causa della diffusione del morbo nessun pescatore può svolgere la propria attività. Un altro passo che sottolinea il diffondersi della malattia è Qui il pastore è giallo di febbre, bianco di polvere e con le palpebre gonfie. E' che la malaria v'entra nelle ossa col pane che mangiate e se aprite la bocca per parlare. Infine un ultimo passo che mostra come le particolarità paesaggistiche e agricole del luogo, come le colline e gli aranceti, vengono visti come elementi di riparo dal contagio del morbo è Invano Lentini, Francofonte e Paternò cercano di arrampicarsi come pecore sbrancate sulle prime colline che scappano dalla pianura, e si circondano di aranceti, di vigne e di orti sempre verdi; la malaria acchiappa gli abitanti per le vie spopolate, e li inchioda dinanzi agli usci delle case scalcinate dal sole, tremanti di febbre sotto il pastrano, e con tutte le coperte del letto sulle spalle.
Ne La roba Verga narra la vicenda del contadino Mazzarò il quale, avido di ricchezza, compra diversi possedimenti nella zona della Piana di Catania ottenendo, dalle vendite dei prodotti che coltiva, ulteriore denaro per comprare altri terreni. Questi ultimi, prima di essere acquistati, erano di proprietà di un barone che alla fine si ritrova costretto a vendere anche il proprio castello. Questa novella di Verga è molto importante perché mette in mostra una delle caratteristiche fondamentali della produzione verghiana, la tecnica dello straniamento, che consiste nell'utilizzare un punto di vista estraneo all'oggetto per narrare una vicenda o descrivere un personaggio. La novella inizia con la descrizione del cammino di un viandante lungo le rive del Biviere, luogo in cui sono siti i possedimenti di Mazzarò, che chiede di chi sono quelle terre ed esprime stupore quando scopre che esse appartengono a Mazzarò. Qui il Biviere viene descritto come un pezzo di mare morto. La malaria viene citata per tre volte. La prima volta nel momento in cui un lettighiere cantava la sua canzone malinconica per non lasciarsi vincere dal sonno della malaria. La seconda volta quando il viandante continua il suo cammino, esattamente nel passo E cammina cammina mentre la malaria vi pesava sugli occhi. La terza volta infine nel passo Tutta quella roba se l'era fatta lui, colle sue mani e colla sua testa, col non dormire la notte, col prendere la febbre dal batticuore o dalla malaria. Questo passo mette in mostra il tema principale della novella, l'avarizia, e sottolinea come, malgrado il propagarsi del morbo, l'ossessione per l'espansione dei possedimenti di Mazzarò fosse davvero tanta da non prestare attenzione egli stesso alla diffusione della malaria.
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